Rezension über:

Margherita Fratarcangeli / Gianluigi Lerza: Architetti e maestranze lombarde a Roma (1590-1667). Tensioni e nuovi esiti formativi, Pescara: Carsa edizioni Spa 2009, 288 S., ISBN 978-88-501-0180-1, EUR 41,00
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Rezension von:
Alessandro Brodini
Università IUAV, Venezia
Redaktionelle Betreuung:
Cristina Ruggero
Empfohlene Zitierweise:
Alessandro Brodini: Rezension von: Margherita Fratarcangeli / Gianluigi Lerza: Architetti e maestranze lombarde a Roma (1590-1667). Tensioni e nuovi esiti formativi, Pescara: Carsa edizioni Spa 2009, in: sehepunkte 10 (2010), Nr. 3 [15.03.2010], URL: http://www.sehepunkte.de
/2010/03/17530.html


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Margherita Fratarcangeli / Gianluigi Lerza: Architetti e maestranze lombarde a Roma (1590-1667)

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Frutto degli studi che i due autori conducono da diversi anni su questi temi, il libro coglie con uno sguardo ampio e articolato gli apporti di architetti e maestranze di area lombarda alla cultura architettonica romana tra il secondo Cinquecento e i primi decenni del Seicento. Da due punti di vista e dunque con due metodi di ricerca molto diversi e, per certi aspetti, complementari.

Basandosi sulla metodologia e sugli studi di Sandro Benedetti, Gianluigi Lerza propone una lettura dell'architettura che privilegia l'aspetto stilistico, pur non dimenticando il supporto delle fonti documentarie. Le dettagliate descrizioni delle opere, affiancate da un ricco repertorio fotografico, costituiscono un aggiornato catalogo dei tre architetti a cui l'autore dedica il suo studio: Flaminio Ponzio, Onorio Longhi e Martino Longhi il Giovane. Si tratta di una riflessione sullo "stato dell'arte" che ricostruisce in un quadro unitario il profilo dei tre artisti e si pone come ideale prosecuzione della monografia che lo stesso Lerza aveva dedicato a Martino Longhi il Vecchio (2002).

Proprio quest'ultimo architetto è il punto di riferimento dal quale partire per individuare le "specificità creative" (179) di Ponzio e Onorio Longhi, apprendisti presso di lui, e per meglio comprendere la componente michelangiolesca delle loro architetture. Riproponendo una definizione che Benedetti aveva elaborato nei primi anni Settanta, l'autore considera questi architetti come dei "mediatori al barocco" [1], operanti in una fase di transizione che la critica, fino a qualche decennio fa, voleva schiacciata tra la grandezza del Cinquecento e quella del Seicento. Correttamente Lerza intende emancipare questi archittetti dai maggiori che li hanno preceduti e seguiti, tuttavia non sembra del tutto condivisibile il riferimento a categorie ora sottoposte a revisione (Ponzio anticipa la "poetica barocca dell'uno-molteplice", 9, Onorio Longhi in Sant'Eusebio supera la "frammentazione manieristica", 96, Martino il Giovane traghetta l'architettura "dall'eredità cinquecentesca allo sviluppo della poetica barocca", 135). La storiografia più recente ha infatti segnalato i rischi insiti in definizioni rigide o in connotazioni stilistiche troppo ampie, preferendo esaminare fenomeni così complessi sulla base di criteri cronologici che rendano conto con maggiore chiarezza di vicende e oggetti artistici. [2]

Analizzando le singole opere di ciascun architetto, l'autore ci informa sui committenti e sulle fasi costruttive e si mostra particolarmente interessato a cogliere gli aspetti legati alla decorazione, per esempio illustrando la facciata della casa di Ponzio in via Alessandrina (ora rimontata in piazza Santa Maria in Campitelli), o i capitelli con pellicani nella Cappella Santaseverina di Onorio Longhi in San Giovanni in Laterano.

L'ampio repertorio di edifici analizzati consente a Lerza di individuare alcuni elementi costanti nell'operare dei tre architetti. Una delle caratteristiche ricorrenti dei prospetti di Ponzio è l'addensarsi di elementi verso l'asse centrale della facciata, mentre le colonne binate di tradizione lombarda vengono utilizzate per la prima volta a Roma in San Sebastiano fuori le mura e nel cortile di Palazzo Borghese - su precedenze di Martino il Vecchio. Onorio Longhi elabora una soluzione planimetrica che contempla la fusione dell'impianto longitudinale con quello centrale, per esempio in Sant'Eusebio e San Carlo al Corso, che Lerza caratterizza come "assialità incrociata" (183). Martino il Giovane, infine, utilizza il rapporto tra la parete e la colonna per suggerire una nuova percezione della continuità dello spazio e della profondità prospettica, in particolare nella facciata dei Santi Vincenzo e Anastasio e nell'interno di Sant'Adriano al Foro.

Margherita Fratarcangeli combina lo studio della demografia artistica, basata sullo spoglio degli stati delle anime, con l'analisi della documentazione notarile, che rende conto soprattutto delle transazioni economiche e ricostruisce le dinamiche sociali di una categoria, intessendo i fili delle carriere professionali con quelli dei legami familiari, degli eventi artistici e dei rapporti di committenza.

Il suo contributo si apre con un fecondo paradosso: definire cosa sia "lombardo", sebbene le testimonianze documentali non utilizzino questo termine. Se per Giovanni Baglione (1642) sono lombardi quegli artisti che provengono dall'omonima area geografica, con Giovan Pietro Bellori, solo qualche decennio dopo, il termine ha già assunto la connotazione negativa di gotico, barbarico. Ma come si vedevano i lombardi che, tra XVI e XVII secolo, si stabilirono a Roma? È probabile che essi si sentissero più legati ai paesi di provenienza e che non si riconoscessero in una categoria geopolitica tutto sommato astratta. Sulla scorta di questa considerazione, l'autrice circoscrive il campo di analisi alle maestranze provenienti dalla "regione dei laghi", in particolare dal paese di Viggiù, ricostruendo dall'interno un'intera comunità, così come i suoi apporti alla complessa scena urbana di Roma tra il pontificato del lombardo Pio IV Medici (1559-1665) e gli anni venti-trenta del secolo successivo.

I motivi che spingevano a migrare a Roma erano prevalentemente di carattere economico: tentare la fortuna finanziaria e intraprendere una carriera ecclesiastica - per i ceti più elevati - oppure inserirsi nel florido settore edilizio, che in quegli anni contribuiva al rinnovamento del volto urbano, offrendo anche un'opportunità di ascesa sociale a diversi viggiutesi. Questi, giungendo a Roma, potevano appoggiarsi alle famiglie di conterranei già residenti ed entrare attivamente a far parte di una comunità che aveva elaborato una vera e propria strategia di aggregazione tra i propri membri, minuziosamente descritta dall'autrice. Il primo passo consisteva nel risiedere nella stessa zona, cioè l'area dei rioni Monti e Trevi, tra via Alessandrina e i Pantani. Si trattava di un settore della città a forte vocazione produttiva, in particolare proprio per il settore edile, e Fratarcangeli suggerisce correttamente di considerare la zona come una moderna filiera, una grande impresa di costruzioni in grado di gestire tutto il processo costruttivo, dalle fasi progettuali alla consegna "chiavi in mano" (202). I viggiutesi potevano poi avvalersi di un reciproco aiuto economico, stringere relazioni parentali contraendo matrimoni endogamici ed entrare a far parte della confraternita del Santissimo Corpus Domini, un organismo con veste giuridica e autonomia finanziaria.

Ma il meccanismo più interessante (perché ha risvolti diretti sull'attività edilizia) di interazione tra conterranei era la formazione delle compagnie di impresa per aggiudicarsi appalti. Dallo spoglio sistematico della documentazione l'autrice ricostruisce la fisionomia di queste società che ricreavano un "microcosmo di lavoranti" (204) professionalmente indipendenti e temporaneamente consorziati per sostenere tutte le fasi del ciclo produttivo.

Fratarcangeli applica poi il suo metodo di ricerca a due casi specifici di scalpellini "minori", per trarli dall'ombra lunga che i più celebrati conterranei hanno gettato su di loro. Quello di Erminio Giudici è un esempio di successo professionale, che vede il lapicida divenire imprenditore e promotore di compagnie di impresa. Giudici risulta attivo in molti cantieri di cui Ponzio è titolare - tra cui la Cappella Paolina e la Sagrestia di Santa Maria Maggiore - e, oltre che per le prestigiose fabbriche papali, riceve anche commissioni da privati, come per la Cappella Mantaco in Santa Maria in Aracoeli, per la quale è adesso possibile, grazie a un nuovo documento, confermare l'attribuzione a Onorio Longhi (proposta finora solo sulla scorta delle parole di Baglione) e retrodatarla di dieci anni (1604).

Delineando la figura di Stefano Longhi, si evidenzia la difficoltà di circoscrivere un campo, in realtà molto fluido, e il rischio di sclerotizzare in una definizione fenomeni articolati: questo personaggio - come molti altri - viene citato nei documenti con diverse qualifiche, tra cui scalpellino, scultore, lapicida; Longhi era inoltre impresario e attivo nel mercato dell'antiquariato. Intorno a queste due figure di successo, l'autrice disegna poi un'intera costellazione di personaggi viggiutesi fornendo, con un ricco repertorio biobibliografico, uno strumento fondamentale per le ricerche in questo campo.

Con l'analisi delle architetture di Ponzio e dei Longhi e grazie allo studio della fitta trama di relazioni tra artisti, artigiani e opere, il libro contribuisce a gettare nuova luce sul panorama architettonico romano nella fase di passaggio tra Cinque e Seicento.


Annotazioni:

[1] Sandro Benedetti: Giacomo del Duca e l'architettura del Cinquecento, Roma 1972, 427.

[2] Daniela Del Pesco: L'architettura del Seicento, Torino 1998; Aurora Scotti Tosini: Storia dell'architettura italiana. Il Seicento, Milano 2003.

Alessandro Brodini