sehepunkte 12 (2012), Nr. 10

Julia L. Shear: Polis and Revolution

Julia L. Shear si propone di mettere in luce meccanismi di riappropriazione di spazi e impegni collettivi per l'affermazione dei valori democratici in risposta ai due momenti di metabolé oligarchica conosciuti da Atene nel 411 e nel 404. La monografia è caratterizzata da un approccio interdisciplinare, attento alla valenza comunicativa di iscrizioni e monumenti, della loro collocazione e della loro interazione con gli osservatori. Ciò mette in gioco il dibattuto problema del grado di alfabetizzazione degli Ateniesi tra V e IV secolo; la Shear propende per una capacità di lettura tendenzialmente estesa, "however well or however badly" (14).

La patrios politeia - slogan polisemantico e destinato ad essere strumentalizzato da posizioni ideologiche antitetiche ("a wonderfully vague concept", 68) - è inquadrata come elemento trainante già nella dinamica che nel 411 portò al potere prima i 400 poi i 5000: regimi impegnati a dotarsi di una legittimazione attraverso l'appropriazione della tradizione costituzionale ateniese. Impegno confermato dalla documentazione epigrafica, che rivela forme di continuità, con esplicito richiamo al livello clistenico; solo ad aspetti formali nei prescritti è affidata la funzione di segnalare uno stacco rispetto al regime precedente. È opportunamente sottolineato l'obbiettivo, nel recupero della tradizione politica, di risalire oltre la soglia della sterzata radicale del 462/1 (35, 58). Tra i casi di appropriazione degli spazi civici (rafforzata anche da interventi edilizi: Eretteo, nuovo Bouleuterion, riconversione del vecchio Bouleuterion ad archivio statale, 116 ss.), puntuali riflessioni sono dedicate al ruolo del Bouleuterion quale sede emblematica del potere dei 400, all'alternanza Colono-Pnice, all'enclave oligarchica di Eezionia (36 ss., 68 s.).

La reazione speculare, da parte dei democratici nel 410, si esplicita attraverso documenti scritti, progetti di costruzione nell'agorà e sull'acropoli, e rituali associati alle Dionisie. Particolare attenzione è riservata all'evidenza archeologica della Stoa Basileios con le strutture aggiuntive per l'esposizione delle leggi (92 ss., 114 s.).

La fine disastrosa della guerra del Peloponneso riaccese il dibattito sulla patrios politeia e portò, in modo analogo, all'avvento oligarchico. La replica dei Trenta alle azioni del regime precedente è individuata sia nella fase iniziale di progetto di riforma legislativa e costituzionale, sia nelle operazioni vòlte ad eliminare la visibilità democratica dello spazio cittadino (166-180): a queste ultime i democratici risponderanno con le prime strutture permanenti, nell'agorà, per l'attività giudiziaria, e con la zecca (263 ss.).

Alle fonti sulla degenerazione del regime dei 30 è dedicata una rapida analisi (180-185), nella quale aleggia la tentazione di attribuire la seconda fase a protagonisti diversi; quelli della prima fase, alla Shear piacerebbe identificarli con Teramene ("If we want to believe that it [= the project to remake the constitution] was the work of Theramenes, then his trial must mark the end of the process", 183). Sintomatica la riluttanza (166 s.) ad ammettere che l'evidenza testimonia "widespread support" per il processo di riforma avviato dai Trenta non solo "among different members and factions of the Thirty", ma anche nella maggioranza degli Ateniesi (AP 35, 3 et alii, cfr. U. Bultrighini, "Maledetta democrazia", Studi su Crizia, Alessandria 1999, 21 s. e n. 32, 110).

La ricostruzione democratica dopo i 30 (188 ss.) richiederà interventi più incisivi, innanzitutto sul versante dell'urgente processo di riconciliazione tra le fazioni della città e del Pireo, e della correlata regolamentazione, sul piano legale e rituale, della memoria collettiva. L'oblio puro e semplice si era rivelato inefficace nel 410; nel 403-401 la scelta fu quella di 'ricordare dimenticando', ricordare l'esperienza dei Trenta come un evento bellico rimuovendo la realtà della stasis (286 ss.). La ritualità del giuramento imposto nel patto di conciliazione dimostra che l'obbiettivo di coesione fu perseguito soprattutto attraverso l'egualitarismo delle procedure, con cui si rafforzò l'adesione ad un'ideologia democratica formalmente non esplicitata (190 ss.). Il santuario di Demetra ad Agrai è indicato come probabile luogo di svolgimento del rituale e di esposizione della stele (212, 215). La riconciliazione richiedeva tuttavia anche una definizione dinamica delle regole ("reconciliation was an on-going and continual process", 217); in questo senso la Shear interpreta (e giustifica) la pletora di azioni giudiziarie che tirano in ballo la clausola del me mnesikakein, caso Socrate incluso (218 ss.). Francamente perplessi lascia l'idea che la bagarre giudiziaria di cui percepiamo solo la punta dell'iceberg possa essere liquidata come 'negoziazione dei dettagli' in un processo dinamico di 'creazione della riconciliazione' (190, 217 ss.).

In ogni caso la 'risposta' democratica del 410, per molti versi analoga - azione che va realisticamente, a mio avviso, definita propagandistica (spicca nella monografia della Shear l'assenza totale della parola propaganda) - "had not stopped oligarchs from once seizing power"; laonde, nel 403, "pratical measures were also needed" (306): la rassegna va dalla gerarchia nomos-psephisma alla soluzione violenta nel 401 del problema-Eleusi (307 ss.).

È assente, nella prospettiva della Shear, un approfondimento sia delle ragioni dell'opposizione al regime democratico che motivavano il timore di ulteriori metabolai, sia degli aspetti 'moderati' della democrazia restaurata. È assente, soprattutto, l'idea che dietro alle misure del 403-1 ci fosse una classe politica composta da uomini reali, magari non tutti e non del tutto ispirati da alti ideali. Difficile sottrarsi alla problematica ampia e realistica delle strategie per la reintegrazione politica di personaggi compromessi; strategie che andrebbero analizzate, e non sfumate dietro l'urgenza di un senso contemporaneo della democrazia come hurrah word. La problematica appare già viva nel momento del regolamento di conti tra oligarchi 'riciclati' e oligarchi 'coerenti' all'interno delle cerchie antidemocratiche, dopo la caduta dei 400 (cfr. C. Bearzot, Vivere da democratici, Roma 2007, 141 ss.): la Shear non richiama, ad esempio, la fondamentale testimonianza lisiana (XII 67) sull'implicazione personale e determinante di Teramene nella persecuzione giudiziaria di Antifonte. Non va quindi trascurato il parametro di operazione propagandistica a proposito di documenti come il decreto di Demofanto; documenti che si può certo vedere come serie di esternazioni in cui si esplica in modo quasi autogeno la forza dell'ideale democratico: ma la loro finalità di propagare, rafforzare e imporre le credenziali ideologiche di un nuovo ordine costituito non va messa fuori da un quadro in cui va individuata la possibile azione di manipolatori del consenso. In questo senso non appare poi così sorprendente il fatto che i regimi, democratici e 'alternativi', che si sono succeduti in modo quasi frenetico tra 411 e 403 non abbiano preso nella minima considerazione l'ipotesi di attestarsi e identificarsi con spazi cittadini, appunto, 'alternativi': ciò li avrebbe esposti al rischio di lasciare il marchio di fabbrica del regime precedente sugli spazi essenziali dal punto di vista propagandistico.

Rezension über:

Julia L. Shear: Polis and Revolution. Responding to Oligarchy in Classical Athens, Cambridge: Cambridge University Press 2011, XV + 368 S., 19 s/w-Abb., ISBN 978-0-521-76044-7, GBP 60,00

Rezension von:
Umberto Bultrighini
Dipartimento di Studi Classici dall'Antichità al Contemporaneo, Università degli Studi G. d'Annunzio Chieti Pescara
Empfohlene Zitierweise:
Umberto Bultrighini: Rezension von: Julia L. Shear: Polis and Revolution. Responding to Oligarchy in Classical Athens, Cambridge: Cambridge University Press 2011, in: sehepunkte 12 (2012), Nr. 10 [15.10.2012], URL: http://www.sehepunkte.de/2012/10/20600.html


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